| Censore (Censor) | La censura, magistratura curule, fu istituita nel
443 a.C.. I Censori erano due e fino al 350 a.C. erano esclusivamente patrizi
ed erano eletti per consuetudine tra gli ex consoli nel comizio centuriato.
Duravano in carica diciotto mesi (in origine cinque anni) ed alla fine del mandato
compivano una cerimonia di purificazione, lustrum. Erano preposti al censo,
alla sorveglianza sulla moralità pubblica e privata (con la facoltà di disapprovare
ufficialmente, mediante la nota censoria, i comportamenti dei cittadini non
conformi ai costumi tradizionali), al controllo su appalti, esazione e rendite
dello Stato e sul pubblico erario. L’importanza dei censori crebbe con l’estendersi
dei loro compiti: revisione della lista dei senatori (dal 312 a.C., lectio senatus)
e dei cavalieri, compilare il bilancio in base alle entrate dello Stato, appalto
dei lavori pubblici, manutenzione degli edifici pubblici. La censura perdette
d'importanza nell'ultima età repubblicana e scomparve in età imperiale |
| Console (Consul) | Il consolato era una magistratura curule di durata
annuale, e che come tale dava il nome all’anno, affermatasi in Roma dopo la
caduta della monarchia, tra il secolo VI e il V a. C.. Continuò anche in età
imperiale, fino a tutto il secolo V d. C., ma perdendo gradualmente potere e
prerogative. I consoli, in numero di due, erano i reggitori dello Stato romano
antico. Il loro potere originario era in realtà ancora quello del re, ma con
la limitazione dell'annualità della carica e del reciproco controllo nell'esercizio
di essa. E’ probabile che all'inizio i consoli fossero i comandanti dei due
reparti dell'esercito regio; perciò erano anche chiamati praetores (pretori);
ad essi furono deferiti i supremi poteri dello Stato quando il re Tarquinio
il Superbo fu deposto. La loro stretta connessione con l'esercito è implicita
anche nel fatto che la loro elezione aveva luogo nel comizio centuriato. Nel
corso del secolo V a. C., salvo forse nei primi anni, il consolato fu rivestito
solo da esponenti del patriziato: i plebei vi furono ammessi, ma limitatamente
a un seggio, solo nel 367, con le leggi Licinie Sestie, dopo lotte tenaci che
per un certo periodo avevano anche fatto interrompere la magistratura, sostituita
periodicamente da un collegio di tribuni militari forniti di poteri consolari
(da quattro fino a sei), cui potevano essere eletti anche plebei. Alla metà
del secolo V, alcune delle prerogative dei consoli furono demandate a un nuovo
magistrato, il censore. Nel 367 fu creato un terzo pretore per l'esercizio dei
poteri giurisdizionali: d'allora in poi gli altri due pretori furono chiamati
solo consoli. Ad ambedue i seggi i plebei furono ammessi solo nel 172 a. C.
Quali detentori del potere esecutivo, il loro campo d'azione era vastissimo:
comando militare, diritto di convocare le assemblee, proposte di leggi, censo
e appalti pubblici quando i censori non erano in carica, amministrazione finanziaria.
Quando lo Stato romano s'ingrandì, si fissarono, per l'elezione a console, norme
restrittive riguardo all'età, all'intervallo per una nuova nomina, alla carriera
precedente; queste norme cominciarono a essere violate nell'arroventato periodo
postgraccano (Mario si fece eleggere console per cinque anni di seguito), ciò
che ne preparò il declino. Già con Silla dal comando militare dei console fu
esclusa l'Italia; l'imperatore Tiberio trasmise la loro elezione al Senato.
Essi perdettero così gli antichi compiti civili e giudiziari a vantaggio di
funzionari direttamente dipendenti dall'imperatore (prefetti e procuratori),
ricevendo, come magro compenso, nuovi compiti onorifici. |