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Non sembra per niente esagerato, o irriverente verso altre culture italiche, affermare che con l'avvento degli Etruschi, la cui civiltà può competere tranquillamente con quelle immense dei Sumeri, dei Babilonesi e degli Egiziani e con le quali ha tanti aspetti comuni, in Italia termina la preistoria ed inizia la storia vera e propria, anzi comincia quel processo storico, culturale e sociale che porterà la nostra nazione ad essere il faro della civiltà prima in Europa ed infine nel mondo.
Degli Etruschi ci rimane la maggiore produzione letteraria dell’Italia antica (fatte salve ovviamente quella greca e romana); su di essi sono stati scritti innumerevoli libri, storici, meno storici e quasi fantasiosi, ma nessuno può negare che questo grande popolo rimane ancora avvolto nel mistero, impenetrabile sfinge agli occhi ed alla mente del curioso, dell'appassionato e, mi permetto di dire, anche dell'esperto. Dopo secoli di studi e di ricerche affannose, rimangono non del tutto chiare le origini e la fine di questo popolo, la sua scrittura, la sua storia: non appena un problema è risolto, nascono mille altri perché.
Il mistero per antonomasia è sicuramente quello della lingua, sia nel senso della sua interpretazione che della origine e della fine. Chiariamo subito che la lingua etrusca non è quella sfinge impenetrabile che ancora oggi si è portati a credere; essa, infatti, è chiaramente leggibile, essendo scritta con un alfabeto di tipo greco adattato alla lingua etrusca con l'inserimento di qualche lettera e l'eliminazione di altre non utili. L’etrusco diventa impenetrabile quando si tratta di capire il significato delle parole: ciò è dovuto al fatto che la maggior parte dei documenti in nostro possesso sono iscrizioni funebri, ex voto, lastre votive. La perdita della grande produzione letteraria etrusca non ci consente di conoscere le parole di uso corrente, familiari, quotidiane: sembra quasi di voler studiare una lingua moderna leggendo gli annunci funebri dei giornali o i manifesti mortuari.

