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Douglas Adams

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Il genio della coroplastica

Una delle caratteristiche del mondo etrusco è l’assenza di nomi, a fronte di una pur riconosciuta grandezza in tutti i settori che costituiscono la “Storia” di un popolo. Chi emerge da questo “anonimato” sicuramente doveva essere una figura superiore che nessun ostracismo, nessuna “distrazione”, nessun oscuramento poteva far dimenticare. È il caso del grande Porsenna, di Mastarna e dei fratelli Vibenna che continuano a vivere sulla bocca di chiunque si accosta alla storia antica. A questi si aggiunge sicuramente il più grande artista etrusco il cui nome si è tramandato per secoli e le cui opere ancora oggi destano l’ammirazione e la commozione di chi le osserva. Stiamo parlando ovviamente di Vulca, il solo artista etrusco di cui c’è pervenuto il ricordo attraverso la tradizione letteraria e del quale è stata rivenuta la “bottega” di lavoro. Il nome di questo artista è giunto fino a noi perché riportato da Plinio, che cita Varrone, nella Storia Naturale, XXXV, 157.

Vulca fu un grande fra i grandi. Come ben si sa, infatti, ogni città etrusca aveva la sua specializzazione artistica: Vulci e Perugia, ad esempio, avevano i migliori bronzisti, i maestri della pittura più famosi operavano soprattutto a Tarquinia, i più grandi orefici vivevano a Vetulonia e Vulci, i ceramisti più rinomati lavoravano a Caere. Veio, città nell’Etruria seconda a nessuno, era famosa per le sue statue; qui visse ed operò nel VI – V secolo a.C. il grande scultore Vulca. Ad onore del vero bisogna dire che Vulca, più che uno scultore (“la cui opera nasce per via del togliere”), fu un artista dedito soprattutto alla modellazione della creta, cioè un coroplasta (“la cui opera nasce per via dell’aggiungere”). Le opere di Vulca, poi, una volta modellate, subivano un delicato processo di cottura diventando quelle che oggi sono chiamate “terrecotte”.

A Veio Vulca aprì una scuola di scultura rinomata anche nelle città vicine. La stessa Roma, allora governata dalla dinastia etrusca dei Tarquini, si servì dell’opera della “bottega” di questo sommo artista. Secondo la tradizione riportata da Plinio, Vulca fu, infatti, chiamato nella città eterna dove avrebbe eseguito la decorazione del tempio di Giove Capitolino e la statua di terracotta dipinta della stessa divinità. In ogni modo, se proprio non operò a Roma, l’artista veiente di sicuro ebbe un grande influsso nell’arte contemporanea romana.

Fu a Veio, però, che Vulca portò a termine le sue opere migliori. Nella città natale, tra il 510 ed il 490 a.C., il coroplasta scolpì tutte le statue che adornavano il tetto del Santuario del Portonaccio dedicato a Minerva e le antefisse. Tra quelle arrivate fino a noi ricordiamo il famoso Apollo, detto appunto “Apollo di Veio”, celebre per il suo sorriso, alto circa 1,80 m.. Questa statua di terracotta policroma, di sicuro il più grande capolavoro dell’arte etrusca e di tutta la coroplastica antica, rappresenta senza dubbio il fiore all’occhiello del Museo etrusco di Villa Giulia. Di là delle somiglianze e dei nomi, questa statua è in possesso dell’anima etrusca. L’Apollo di Veio, infatti, non ha niente a che vedere con la divinità greca che conosciamo; è, invece, un dio spietato e implacabile, una forza della natura che si avventa con veemenza, quasi con brutalità, contro Ercole, suo avversario per il possesso della cerva cerinite. Per fortuna ci è pervenuta anche la statua dell’avversario di Apollo, appunto la statua di “Ercole con la cerva” che faceva parte dello stesso gruppo.

Ad un altro gruppo apparteneva un Hermes (di cui è rimasto solo la testa) e una statua femminile con un bimbo in braccio, detta “Donna con bambino” (che dovrebbe raffigurare Latona con Apollo appena nato).

Vulca, come già detto, fu anche autore delle antefisse, raffiguranti Gorgoni, Sileni e Menadi, che decoravano gli spioventi del tempio. È utile ricordare, a tal proposito, che in Etruria l’uso di antefisse era frequente, ma le stesse non era fatte con matrici che riproducevano copie tutte uguali, ma modellate singolarmente a mano.

Tutte queste opere si trovano attualmente nel Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Detto per inciso, è di questi giorni (settembre 2003, NdA) la notizia che l’Apollo di Veio (… “Un gigante, un’opera unica al mondo, sensuale e preziosa” – come ha definito questo capolavoro la direttrice del museo, prima grande ammiratrice della statua) sarà sottoposto ad un lifting che dovrebbe durare circa un anno ed il cui costo (sostenuto dalla Federazione Italiana Tabaccai) si aggirerà sui 75.000 €. L’intervento sarà eseguito dal restauratore Sante Guido e servirà anche ad eliminare il contrasto con la “Donna con bambino” ripulita qualche tempo fa.

L’alta qualità di questi capolavori ha fatto sì che essi fossero tutti attribuiti al grande maestro, ma, probabilmente, non sempre tali opere furono eseguite personalmente da Vulca. Più verosimilmente esse furono realizzate dagli allievi della sua scuola, mentre il maestro apponeva la propria firma a suggello di una perfetta esecuzione.

Può anche essersi verificato il fatto che al maestro ed alla sua scuola fossero attribuite alcune opere solo per poterle meglio vendere ad eventuali committenti.