GIUSEPPE UNGARETTI

di
C.F.
Anno 1977



Parlare di Ungaretti non è così semplice come a prima vista può sembrare, in quanto se egli da una parte ha rotto tutti i ponti con il passato, se il nuovo linguaggio che usa si avvale spesso di forme inconsuete ed ignote fino ad allora, dall'altra sarebbe un nostro errore, una visione contorta della poesia ungarettiana vedere in quel linguaggio nient'altro che il motivo di studio di una novità  stravagante, che reagisce ad una tradizione, ma non sa sostituirle che il fugace sprazzo dell'immagine e del frammento. A volta le sue parole risuonano scarne ed asciutte, ma è proprio in quelle che il lettore sensibile deve cogliere le vibrazioni profonde di una vita interiore che trova in quell'espressione striminzita, secca, la sua risultante più valida.
E' noto che questo poeta appartiene al movimento letterario detto "Ermetismo", cioè quel gruppo di poeti le cui poesie tutti "vorrebbero imparare a memoria, ma nessuno vorrebbe commentare". Prima di passare ad una esposizione, nelle nostre intenzioni completa, di Ungaretti ed a uno studio organico di detto poeta, diciamo subito che l'Ermetismo viene di solito collocato tra le "due guerre", ma la sua nascita è da spostare un po' indietro nel tempo e precisamente nel 1916, anno in cui il nostro poeta pubblicò "Porto sepolto". Sempre con l'Ungaretti, l'Ermetismo assunse proporzioni a carattere di scuola grazie a "Sentimenti del tempo" (1933).
In considerazione di quanto detto, tralasceremo lo studio particolare di questa corrente perché le sue peculiarità  saranno riscontrabili nella trattazione che ci accingiamo a fare sul suo massimo esponente.
Ma a questo punto diremmo di passare senza indugio alla vita di questo poeta in quanto è molto importante, giacché sono le vicende umane a plasmarne l'animo, il carattere ed i pensieri.

Vita


Con questa parte non ci promettiamo di fare un esauriente studio sulla vita del poeta che, d'altra parte, è facilmente riscontrabile su di un qualsiasi manuale scolastico, ma ci limiteremo ad accennare ai suoi punti salienti.
Giuseppe Ungaretti nacque nel 1988 in Alessandria d'Egitto da genitori lucchesi; compì i suoi studi a Parigi dove fu in contatto con le correnti dell'avanguardia, conoscendo artisti ed intellettuali e strinse amicizia con Apollinaire. Venne in Italia e partecipò alla campagna interventista (1914) e quindi alla guerra. Con questa dobbiamo far coincidere il primo dei tre periodi in cui si divide l'arte ungarettiana e di cui ci occuperemo in altra sede.
Combatte sul Carso e sull'Isonzo dal 1915 al 1918. Finita la guerra, il poeta si trovò, come tanti, in ristrettezze economiche e così dovette unirsi alla lunga fila di emigranti. Lo troviamo nel 1936 in Brasile, avendo egli accettato la cattedra di letteratura italiana all'Università  di San Paolo, che tenne fino al 1942. Nel frattempo un altro fatto veniva a modificare sostanzialmente l'animo del poeta: la morte di suo figlio di nove anni (1940). Questo tragico avvenimento lasciò profonde tracce nel poeta e le opere ad esso collegate coincidono con il terzo periodo della sua arte. Dopo la venuta dal Brasile, fu professore di letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università  di Roma per "chiara fama". Si ritirò dall'insegnamento nel 1958.
La sua morte è avvenuta nel 1970.

Opere


Dopo questi brevissimi cenni sulla sua vita, che ci saranno utili quando tenteremo qualche critica alla sua opera, passiamo all'elencazione dei suoi lavori. Ungaretti, che personalmente stimiamo uno dei maggiori (se non il più grande in assoluto) poeti del nostro secolo, è stato autore molto fecondo ed i suoi lavori abbracciano circa mezzo secolo di letteratura per cui non possiamo non vedere nei suoi scritti che la vita di un'intera nazione, la sua impronta nell'evoluzione del tempo. In ogni caso non possiamo dissociare il poeta da mezzo secolo di storia per il semplice fatto che quella storia egli l'ha vissuta, l'ha sofferta. Così Ungaretti è un poeta attuale non solo perché contemporaneo, ma perché il grido di dolore che si leva dalle sue opere è il nostro grido; in lui non c'è più la vuota retorica che avrebbe potuto servire un tempo, ma la cruda realtà  dei tempi che corrono.
Prima dividevamo l'arte ungarettiana in tre periodi, in tre momenti, ma a questi potremmo aggiungerne un quarto: il periodo prebellico. Il nostro poeta, prima di andare in guerra, aveva scritto su "L'acerba", in modi ora crepuscolari, ora futuristi, come accadeva spesso. Ma questo è il periodo meno importante e possiamo tranquillamente ignorarlo.
La sua prima raccolta di versi fu il "Porto sepolto" (1916) che segna la data di nascita dell'Ermetismo; a questa fa seguito l'"Allegria di naufragi" (1918) che, rielaborata, venne ripubblicata nel 1931. Nel 1933 viene pubblicata una delle sue opere fondamentali, il "Sentimento del tempo", che costituisce il secondo momento. Nel 1947 pubblica il "Dolore" e nel 1950 la "Terra promessa", che segnano l'inizio del terzo periodo dell'arte ungarettiana che continua con la raccolta "Un grido e paesaggi" del 1952 e si completa con "Il taccuino del vecchio" (1960). Queste opere appena citate più "Poesie disperse" (1945) furono da egli stesso ordinate con il titolo complessivo e certamente più significativo di "Vita di un uomo".
Non possiamo concludere questo rapido esame delle opere di Ungaretti senza ricordare le prose, scritte in varie epoche della sua vita e raccolte in due volumi: "Il povero nella città " (1949) e "Il deserto e dopo" (1961). Vanno inoltre ricordate le traduzioni, di cui citiamo: "Traduzioni" (1936), "40 sonetti di Shakespeare" (1946), "Da Gongora e da Mallarmè" (1948), " Fedra di Jean Racine" (1950).

Critica


Iniziando questo breve saggio si era consapevoli delle molte difficoltà  che avremmo incontrato e per questo abbiamo cercato di schematizzare il più possibile e speriamo di essere riusciti ad esprimere quanto ci si era prefisso. Ora siamo tuttavia molto indecisi su quale criterio seguire per esaminare un po' più approfonditamente l'arte ungarettiana. Pensiamo di fare cosa gradita esaminando le opere nel complesso onde poter capire il pensiero del poeta e poi scendere nei particolari di alcune poesie; sarebbe, d'altra parte, compito abbastanza arduo esaminare molte poesia, in quanto ne saremmo impediti dal tempo e dallo spazio.
Per il momento prendiamo in esame il primo periodo di cui parlavamo e cioè quello che va dal 1916 al 1931. Le opere principali di questo periodo sono, ripetiamo, il "Porto sepolto" e Allegria di naufragi". Con queste due opere, pubblicate durante la Grande Guerra, Ungaretti acquista una propria voce originale, staccandosi completamente dai crepuscolare e costruendosi un proprio modulo nel quale il "frammento" raggiunge il massimo di essenzialità . Il tema trattato è quello che la coscienza del tempo imponeva: la reazione alla guerra ed il poeta che vi aveva partecipato da protagonista reagiva ad essa sottolineando la propria tristezza di uomo, la propria disperazione esistenziale ("la morte si sconta vivendo"), ma, nello stesso tempo, la sua brama di infinito e di eterno ("perché bramo Dio?"), il suo placarsi in effimere illusioni. In queste prime raccolte di versi le caratteristiche della sua poesia sono già  stabilite senza incertezze, anche se il poeta continuerà  a modificarle con piccoli tocchi e la parola diventa ricerca pensosa di una esistenzialità  che concentri un mondo di affetti,; anzi si completa il processo di concentrazione iniziato dai frammentisti e si costruisce una scrittura in cui la parola, i vuoti, i titoli, concorrono a suggerire o ad evocare. A tal proposito vorremmo citare la famosa lirica (o famigerata, per lo studente che la deve commentare) "mi nutro di immenso", che aveva come titolo "Mare" e poi "Mattina": si vede chiaramente l'importanza del titolo che sposta immagini ed impressioni.
Per questo Ungaretti ruppe con il verso tradizionale, lo sbriciolò, isolò ogni parola, l'avvolse di pause e di spazi per caricarla di quanti più valori intellettuali ed affettivi possibili. Adoperò, inoltre, le tecniche dei simbolisti per congiungere velocemente effetti e valori che sembrano lontani.

Con "Sentimenti del tempo" inizia il secondo periodo, in cui la poesia nasce dalla convinzione della catastrofe e si fa intrisa di angoscia e di pietà  (una civiltà  minacciata di morte). Più tardi il dolore per la morte del figlio Antonietto ed il dramma della seconda guerra mondiale spinsero il poeta a generare nuove liriche (terzo periodo) come "Il dolore", in cui il poeta partecipa al dolore del mondo in modo più stretto, anzi la morte del figlio viene sollevata sul piano universale. Le ultime opere completano questa poetica autobiografica che si snoda nella pena di una solitudine che aspira costantemente a risolversi nell'armonia della vita universale. C'è da dire, riguardo a queste ultime opere, che Ungaretti ad un certo punto riabbraccia i versi tradizionali fino ad allora tanto evitati; bisogna però ricordare che durante i suoi corsi all'Università  aveva trattato Leopardi e che aveva tradotto molti poeti.
Avendo esaminato le opere, passiamo senz'altro ad occuparci di qualche singola poesia per cercare di capire meglio il poeta, per afferrarne il suo insegnamento.

Le poesie


Questo dovrebbe essere lo studio di ogni autore: leggere le sue opere e poi farne una critica costruttiva, uno studio organico cercando i vari confronti con chi tratta lo stesso argomento e vedere le soluzioni a cui giungono onde poter scegliere la migliore. Noi ci limiteremo a tre sole poesia: "Non gridate più", "Sono una creatura", e "Soldati".
Non a caso abbiamo scelto queste tre liriche. La prima dalla raccolta "Il dolore", la seconda dalle "Poesie", la terza da "L'allegria": tutte racchiudono la reazione alla guerra, ma ad un esame più approfondito si riesce a cogliere valori umani molto profondi e si arriva a conclusioni totalmente diverse.
"Non gridate più è una lirica in cui si vedono raggruppati versi tradizionali, appartiene all'ultimo periodo e si riferisce alla seconda guerra mondiale. Il poeta esorta gli uomini a non "uccidere i morti", ad ascoltare i morti se non si vuol morire. Cosa ci vuol dire Ungaretti?
E' possibile un accostamento con Foscolo e con Quasimodo, ma se è facile vedere il contrasto con "Uomo del mio tempo" di Quasimodo, ben più difficile è dimostrare la diversità  di questa lirica con i "Sepolcri" di Foscolo.
Esaminiamo prima il confronto Ungaretti - Quasimodo. Quest'ultimo rifiuta chiaramente il passato ed esorta gli uomini a dimenticare gli insegnamenti dei padri, a far sparire le tombe per troncare ogni rapporto vivi - morti. E' una decisione molto tragica, un invito che ci lascia esterrefatti; molte volte siamo tentati di dargli ascolto, ma sarebbe giusto? A tal proposito citiamo un pezzo di lettera di uno dei piloti giapponesi dell'ultima guerra, un cosiddetto Kamikaze: "Forse se moriamo noi che abbiamo dentro il germe del male, i posteri riceveranno da noi l'eredità  del coraggio per poter costruire un mondo migliore". Noi ci sentiamo di ammirare il coraggio di questo sconosciuto pilota suicida, che ha vissuto il suo messaggio, piuttosto che accettare il messaggio di Quasimodo, secondo cui bisogna distruggere tutto il passato, una civiltà  che si è costruita con secoli di lavoro ed al prezzo di innumerevoli sacrifici. Sarebbe da stolti sciupare un così grande patrimonio, cosicché ci sembra più giusto l'ammonimento di Ungaretti ad ascoltare i morti. Si tratta quindi di mettere in risalto il valore dei sepolcri.
A questo punto si potrebbe fare un facile accostamento tra la lirica di Ungaretti ed i "Sepolcri" di Foscolo. Certamente questo sarebbe un passo da sprovveduti in quanto nel Foscolo i sepolcri dei grandi (e mettiamo in evidenza "grandi") hanno una funzione prettamente civile, cioè di esortare i sopravvissuti ad operare imprese gloriose: "A egregie cose il forte animo accende le urne dei forti". E' chiaro che il poeta cerca di mettere in risalto la virtù, la forza e si rivolge ai forti (siano essi vivi che morti) e la voce che si leva dai sepolcri è una voce che grida, che sprona, una voce impetuosa e forte. Ben diversa è, invece, la necessità  di "udire" i morti, affermata da Ungaretti, per poter "sperare di non perire" e ben diversa è la sua funzione. I "suoi morti" parlano più sommessamente, non spronano a cose egregie, ma sussurrano solo una parola di serenità  e di pace.
Inoltre, continuando il confronto, in Foscolo la voce che proviene dai sepolcri è ignorata per l'inerzia morale del secolo che ormai disconosce il sublime linguaggio della virtù; in Ungaretti, invece, è sommersa dal gridare scomposto degli uomini, esagitata da contrastanti passioni non placate: insomma si tratta di due situazioni diverse, in armonia con due diverse fasi storiche, lontanissime l'una dall'altra.
Se proprio vogliamo un accostamento tra Foscolo e Ungaretti, allora dobbiamo dire che c'è di comune soltanto il senso sacro della morte, la religiosa venerazione per chi ha varcato la soglia dell'oltretomba.
Ultimato questo duplice confronto, ci resta da riassumere il messaggio di Ungaretti in questa lirica: "Gli uomini periranno se, non ascoltando la voce dei morti, non ritroveranno la pace ed insieme ad essi periranno la civiltà  ed i valori creati dalla loro storia". Questa lirica è tratta dalla raccolta: "Il dolore" del 1947 e perciò appartiene al terzo periodo dell'arte ungarettiana.
E passiamo senz'altro ad esaminare un'altra lirica: "Sono una creatura". Anche questa è dedicata alla guerra, ma ci riporta indietro, alla Grande Guerra che vide il poeta combattere sul fronte italiano, esattamente sul Carso. Nel ritmo breve, secco, quasi un'epigrafe, si esprime la desolazione di una vita che in ogni istante appare provvisoria, un dolore che non ha neppure il tempo di disciogliersi, una stanchezza profonda del corpo e dell'anima di fronte all'orrore della carneficina, che annulla e travolge ogni bene, ogni ragione, in una furia che gli uomini non possono più controllare. E proprio in "Sono una creatura" noi possiamo trovare qualcosa che assomiglia ad un grido di ribellione che si esprime attraverso parole rotte dalla fatica di soldato, dall'estenuazione fisica e morale. Il poeta è angosciato, è stanco, si sente niente più che un sopravvissuto, un essere solo in un mondo che ormai non gli appartiene più e il suo desiderio più grande è quello di seguire la sorte di tanti suoi amici scomparsi intorno a lui: annullarsi, tornare alla natura, trasformarsi in un essere insensibile, ignaro, che non conosca più lo strazio dell'anima e dei sentimenti. Vorrebbe poter essere come una di quelle pietre su cui sta appoggiato, su cui corre, su cui forse morirà . Desidererebbe rifiutare per sempre la sua condizione di uomo che paga alla vita un prezzo troppo alto: il prezzo di averla vissuta. E con questo rifiuto, con questa amara constatazione si chiude la lirica. E noi vorremmo commentarne proprio il finale: "La morte si sconta vivendo", una frase ricca e pregna di significato su cui si potrà  parlare per molto tempo, una frase tragica di chi vede ogni giorno la morte davanti agli occhi, una frase unica che non trova altro riscontro nella letteratura, in cui, ricollegandoci alla lirica di prima, si esalta la morte e se ne cerca il suo significato liberatorio di tutti i mali della terra.
Ed è proprio questo che il poeta riesce ad esprimere con sconcertante chiarezza; la frase sembra essere spinta dal cuore da una forza misteriosa, dall'angoscia, dal dolore di vedere tanta desolazione e tanto squallore. Dicevamo prima che di ciò non si trova quasi riscontro in altri poeti o scrittori, però bisogna dire che questo concetto lo troviamo ogni giorno sulla bocca della gente comune, della povera gente, di chi soffre; lo ripete fino alla noia chi è stanco della vita, chi si sente abbattuto, chi è disperato: la morte come liberazione, in contrasto con ogni valore della vita, contro ogni ottimismo.
Eppure noi ad un certo punto ci sentiamo di condividere questo pessimismo quando consideriamo un pensiero costante della filosofia epicurea: la morte come il miglior bene dell'uomo. D'altra parte se consideriamo che ogni nostro sforzo è teso ad eliminare i mali che ci affliggono, dovremmo davvero dire: "Benvenuta sorella morte!". A questo punto sembra che si voglia fare un elogio del suicidio, ma ben altra è la nostra intenzione. Nei molti casi in cui la vita si presenta impossibile, in cui essa non rappresenta "un dono, ma un'infamità " (per dirla con le parole di Totò), allora la morte è desiderabile, è un bene; ma ogni bene si deve pagare e così la morte si paga in anticipo, quasi si espia con la vita stessa e con i dolori che l'accompagnano.
Il discorso sembra farsi confuso, eppure il pensiero di Ungaretti è proprio questo: il contrasto morte e vita è un mistero inestricabile in cui non si riesce a capire quale dei due sia il premio e quale il castigo. Forse è una colpa (epigrammisti greci) la vita che si espia con la morte, forse è un premio, forse è un dono (religione cattolica): certo è impossibile capire questo mistero, sono cose che ognuno sa e nessuno sa dire.
Molto chiara invece è l'espressione se consideriamo che il poeta stava al fronte, in una costante situazione di pericolo di morte e vorremmo citare a tal proposito la riflessione di uno scrittore:" Se è la rovina che incombe su di te, la cosa migliore da fare è rincorrerla e raggiungerla per abbreviare il tormento dell'attesa".
Lasciando questa lirica così tragica, passiamo ad esaminarne un'altra, che ci mostra in maniera lampante la nostra misera condizione di uomini: il suo titolo è "Soldati". Questa si presenta come una pura definizione: "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie!". Certo è molto realistica ed il poeta deve averla sicuramente vissuta sul Carso, egli come tutti gli altri soldati che combattevano intorno a lui. La loro vita era sempre sul punto di spezzarsi e, come basta un alito di vento per far si che una foglia si stacchi dall'albero, così per il soldato basta un niente, una pallottola vagante, una scheggia per morire. Il poeta sentiva questa instabilità , questa insicurezza e l'ha espressa ottimamente. Ma non vorremmo essere costrittivi nei riguardi del poeta e perciò ci richiamiamo a quanto detto prima sull'importanza di ogni singola parola, delle pause, dei titoli, perché in questa lirica la parte del leone la fa proprio il titolo. Infatti è questo che da significato alla poesia ed è proprio su questo che vogliamo continuare questo breve discorso. A "Soldati" sostituiamo "Uomini". Adesso si vede in maniera lampante che questa lirica è una definizione per ogni essere vivente e ci mostra la caducità  e la pochezza della vita, la sua instabilità , la sua insicurezza. Mentre "la morte si sconta vivendo" ci è sembrato un concetto originale, lo stesso non possiamo dire per questa immagine in quanto la somiglianza dell'uomo con la foglia ha origini nella letteratura greca ed è usata in ogni epoca. Già  Omero si servì di questa immagine per definire l'uomo ("quale delle foglie, tale è la stirpe degli uomini"), seguito da Mimnermo ("noi simili a quelle"), da Dante ("Come d'autunno si levan le foglie ... similmente il mal seme d'Adamo"); anche Leopardi si lasciò suggestionare da questo paragone e lo stesso si può dire di Carducci (per ritornare ai nostri giorni). In tutti è chiaro il concetto: l'uomo è una foglia. In Ungaretti, però, l'ipotesi ha ben più vasti orizzonti come avremo modo di vedere fra non molto.
Per il momento passiamo ad un rapido confronto con un altro poeta contemporaneo e, per giunta, ermetico: Quasimodo. Quest'ultimo, nella poesia "Ed è subito sera", esprime un concetto molto simile, ma questa somiglianza non deve trarci in inganno in quanto mentre Quasimodo esprime molto bene l'idea della brevità  della vita, Ungaretti esprime solo l'incertezza, ma non ci sembra che accenni al lento fuggire del tempo. Così mentre l'uomo di Quasimodo vive nella rabbia per il poco tempo che ha da vivere, ma sembra dover essere sicuro di una vecchiaia, di un tempo, sia pur breve, da vivere, quello di Ungaretti è insicuro, vive nella paura, nella tormentosa attesa che avvenga qualcosa che non sa, trema nell'incertezza del domani; ad certo punto l'assale lo sconforto e la voglia di fare niente in vista di un futuro incerto in cui non si ha neppure la certezza di essere vivi.
Non ci vorremmo perdere oltre a spiegare questo concetto espresso per immagini e diciamo solo che con il titolo "Soldati" esprime lo stato d'animo di Ungaretti soldato sul Carso; con il titolo "Uomini" continua la tradizione letteraria iniziatasi con Omero e su cui non c'è molto da discutere.
A questo punto potremmo anche concludere questo breve esame di Ungaretti, ma ricollegandoci alla tematica generale, alla tecnica usata dal poeta, vorremmo mostrare quanta importanza assume il titolo in una lirica di Ungaretti e così ci divertiremo a cambiare titolo all'ultima poesia che abbiamo trattato e vedremo i diversi significati che essa assume. A "Soldati" abbiamo sostituito "Uomini"; ora proviamo a mettere "Attori", o "Cantanti" o "Calciatori". In questo caso la lirica diventa una definizione di questi personaggi che sono incerti della loro gloria, della loro fama ed hanno sempre paura di finire nel dimenticatoio per la nascita di un altro idolo, un altro genere musicale o per la scoperta di un nuovo filone. Mettiamo "Vestiti": anch'essi sono come delle foglie, anch'essi soggetti alla paura di morire per colpa di una moda che passa, per il continuo avvicendarsi delle azioni umane. "Tiranni" e "Capi politici" sono delle foglie che possono cadere all'improvviso perché sono maturati gli eventi, per una rivoluzione o per semplici elezioni. "Istituzioni" e "compromessi" sono sempre sul punto di cadere ... e allora? Perché perdersi in un elenco interminabile?
Concludiamo con questo titolo: "Tutte le cose" ... avremo una chiara definizione di cosa sia la vita, di come tutto passa e se ne va.



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