la vergine guerriera

“di quell’umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla”

Personaggio italico degno di maggiore gloria e di massima ammirazione è, senza dubbio, Camilla, la leggendaria vergine guerriera che va a braccetto con le amazzoni Ippolita e Pentesilea, con Giuturna (la sorella di Turno, amata da un dio), con la saracena Clorinda e con Santa Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans. Di certo, più di tutte, è la degna emula di Diana, alla quale il padre la consacrò ancora in fasce.

Camilla è un personaggio puramente mitologico e non riconducibile a nessuna realtà storica. La incontriamo solo nell’Eneide le cui vicende, che dovrebbero collocarsi intorno al 1200 a.C., restano in ogni caso confinate nel mito.

Camilla era figlia di Metabo, re dei Volsci, e di Casmilla. Il padre era re di Priverno, ma, a causa del suo duro governo, fu costretto dai suoi sudditi a lasciare la città. Il re andò via portando con se la figlioletta ancora in fasce. Durante la fuga, sempre inseguito da bande di concittadini, giunse sulla riva del fiume Amaseno che, per le piogge abbonanti si era gonfiato al punto da non poter essere guadato. Allora Metabo avvolse la piccina con la corteccia di un albero, la legò alla sua lancia e la lanciò sull’altra riva. Egli, poi, quando già i suoi avversari lo avevano raggiunto, si tuffò in acqua e attraversò il fiume a nuoto. Prima di fare questo, però, il padre di Camilla pregò la dea Diana di aiutarlo nell’impresa e le promise di consacrarle la figlia. Camilla arrivò sull’altra riva del fiume sana e salva.

Nessuna città, però, accolse Metabo ed egli era troppo fiero perché chieda aiuto. Così Camilla visse con il padre nei boschi, tra animali selvaggi e pastori, nutrita di latte di cavalle selvagge. Appena cominciò a muovere i primi passi, Metabo gli diede arco e frecce e le insegnò ad usarli. Camilla non indossava vestiti, ma era ricoperta solo da una pelle di tigre che la coprire la testa e il corpo. A mano a mano che cresceva, la ragazza si allenava con l’arco e con le frecce, con il giavellotto e la fionda. Ella non sapeva, quindi, usare il fuso, non era capace di filare la lana, non sapeva fare niente di tutto quello che facevano normalmente le ragazze dell’epoca, ma era pronta ad ogni sfida, affrontava con coraggio ogni pericolo.

Camilla aveva un fisico perfetto: era così veloce che superava il vento, poteva correre su un campo di grano senza neppure piegare una spiga, avrebbe potuto perfino correre sulle acque del mare senza affondare; a questo, però, abbinava una bellezza ed una grazia tale che tutte le nobildonne etrusche l’avrebbero voluto avere come nuora. Camilla, però, amava solo le armi e volle restare vergine come la dea alla quale il padre l’aveva affidata quando era ancora bambina.

Quando Enea giunse nel Lazio e si apprestava a scontrarsi con i Rutuli, Camilla venne in soccorso di Turno alla testa della cavalleria dei Volsci e di uno stuolo di fanti. La sua figura incuteva spavento e la sua baldanza era senza pari. Ella è pronta ad affrontare, solamente con i suoi, sia i Troiani di Enea sia gli Etruschi di Tarconte, suoi alleati. Turno, però, pur ammirando il nobile gesto ed il coraggio di Camilla, decide che la sua alleata affronti solo la pericolosa cavalleria tirrenica, riservando per sé il compito di contrastare e battere Enea..

Gli atti di valore di Camilla non si contano: fa strage di nemici, si lancia in ogni mischia, insegue e colpisce a morte ogni avversario che vede, affronta ogni pericolo. Camilla crea lo scompiglio nei pur forti Etruschi e mette in fuga le schiere nemiche al punto che deve intervenire il re Tarconte, con l’esempio e con le parole, per fermare i suoi ormai in rotta. Il destino, però, è in agguato: non visto dall’eroina, Arrunte le scaglia contro un giavellotto che la colpisce a morte.

La morte della vergine Camilla è il preludio della sconfitta dei Rutuli, che, infatti, saranno sconfitti, ed anticipa di poco quella di Turno.

Anche se personaggio puramente leggendario, Camilla è sicuramente la più degna rappresentante del popolo italico che lotta per la propria libertà e bene fa Dante Alighieri a renderle onore nella Divina Commedia, ricordandola come la prima martire per la libertà della nostra patria: “di quell’umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla”.